Serendipity

Internal

Serendipity

By 12 Marzo 2019 No Comments

Dagli archivi del CERN a noi: 30 anni di WWW

Joy Marino, presidente MIX, commenta i 30 anni del World Wide Web

30 anni fa, più o meno in questi giorni, Tim Berners-Lee, trentacinquenne borsista del CERN, mettendo insieme alcune idee che gli giravano in testa da un po’ di tempo, su richiesta del suo capo, scrisse un breve “proposal” per un nuovo sistema di documentazione che venisse incontro alle necessità del centro di ricerca: un ampio database di ipertesti con link. Come spesso avviene in questi casi, la proposta rimase in un cassetto.

Un anno dopo, lo stesso borsista fece una revisione della proposta, la sottopose di nuovo sia al suo capo sia ai dirigenti sopra di lui ma non ottenne ancora nessuna reazione.

A loro scusante si può dire che in un centro di fisica delle alte energie, l’ingegnerizzazione dei sistemi di documentazione non è proprio una delle priorità, per quanto siano – ed erano! – peculiari i problemi del CERN.

Superando la frustrazione, il giovane programmatore provò a fare opera di proselitismo tra i suoi colleghi, ottenendo interesse ma anche tiepide risposte. Alla fine, per nostra fortuna, con l’avallo del suo capo diretto, fece qualcosa che era piuttosto comune negli ambienti di ricerca: con la scusa di provare un nuovo calcolatore che stava per essere acquisito (il CERN aveva una tradizione di apertura verso qualsiasi nuova architettura di calcolatore venisse prodotta nel mondo) avrebbe sperimentato il suo sistema basato sugli “ipertesti” e poi – da cosa nasce cosa – avrebbe, forse, convinto le alte sfere circa il suo approccio alla gestione della documentazione on-line.

La macchina nuova di zecca che stava arrivando non era una qualunque: si trattava di uno dei primi modelli di NeXT, la rivoluzionaria workstation che l’azienda omonima, messa in piedi da Steve Jobs dopo essere stato cacciato dalla Apple, stava allora iniziando a produrre. La NeXT era davvero innovativa; conosco ex-programmatori di quell’epoca ai quali ancora oggi brillano gli occhi quando ne parlano. Oltre agli immancabili aspetti di design “a la Jobs” (era un piccolo cubo nero), era originale per il sistema operativo e per tutto il software di sistema, lo stesso che fornì poi il nucleo intorno a cui Jobs rivoluzionò il software del Mac quando, dieci anni dopo, ritornò trionfalmente alla guida di Apple.

Il nostro borsista-programmatore, dopo aver penato un anno e mezzo per ottenere un’approvazione mai arrivata, lavorando da solo, in sei mesi produsse il primo prototipo del sistema di documentazione: tutti quelli che provavano a usarlo ne apprezzavano le potenzialità e lo spronavano ad andare avanti. Bisognava ora dargli un nome. Alla base c’era il concetto di ipertesto, di albero ramificato dove ogni “link”, ogni collegamento era come un filo che legava insieme porzioni di informazioni disparate, come in una specie di ragnatela. E dato che una vena di megalomania lo accompagnava da sempre, contro il parere degli amici che gli sconsigliavano di usare un nome tanto lungo e impronunciabile, decise di chiamarlo “World Wide Web”.

Una copia della proposta originale può essere reperita negli archivi del World Wide Web Consortium (W3C). Un bel salto indietro nel passato.

La versione originale, non quella che si raggiunge tramite questo link, è un semplice documento testuale, con allegato un diagramma disegnato a mano. Descrivendo la struttura documentale del CERN, Berners-Lee la definisce come molto particolare, tanto che “la struttura di lavoro dell’organizzazione effettivamente osservata è una ragnatela pluriconnessa le cui interconnessioni evolvono col tempo”. Altre organizzazioni possono essere più semplici, ordinate gerarchicamente in compartimenti separati, non un centro di ricerca come il CERN. Ma il mondo è complesso e pluriconnesso, e il CERN ne è solo l’anteprima, il primo tassello di una futura ragnatela world-wide. Nel 1990 il CERN sembra quasi una metafora del mondo che verrà.

Altre peculiarità del CERN intervengono nel fissare i requisiti che dovrà avere il sistema proposto da Berners-Lee. Vale la pena passarne in rassegna qualcuno.

Heterogeneity. Le comunità dei fisici degli anni ’80 e ’90 erano divise tra due partiti: quelli che usavano il sistema VMS della Digital Equipment Corporation e quelli che tifavano per UNIX, non ancora “LINUX”, ma già disponibile su un’ampia gamma di calcolatori. Altrove erano due parrocchie che non comunicavano, ma il CERN aveva una lunga tradizione di apertura ai sistemi più diversi e praticamente ogni tipo di calcolatore e di sistema operativo era presente a Ginevra.

Remote access across networks. Le reti locali andavano di pari passo con l’hardware e il sistema operativo dei calcolatori, pertanto le reti presenti erano innumerevoli. Internet non era solo uno dei modi per collegare il CERN al resto del mondo (altri ve n’erano, ad esempio quelli riservati alla comunità mondiale dei fisici), ma anche il paradigma di riferimento per interconnettere tra loro tutte quelle reti locali, rendendo accessibili remotamente tutti i calcolatori.

Non-Centralisation. L’autonomia dei diversi gruppi di ricerca era un dato di fatto: qualsiasi soluzione al problema documentale non poteva essere calata dall’alto. 

Bells and Whistles. È difficile capirlo oggi, circondati come siamo da schermi grafici ad altissima risoluzione, ma 30 anni fa il prototipo di WWW nasceva per funzionare soprattutto su schermi alfanumerici, 24×30 caratteri. La grafica era solo un optional, ancora poco richiesto!

Data analysis. Qui Berners-Lee è stato preveggente: il sistema di link ipertestuali che stava immaginando avrebbe, in futuro, potuto essere visitato con strumenti automatici, ricavando una mappa delle relazioni, della popolarità, del ranking di tutti i link del mondo. Google sarebbe venuto di conseguenza.

Live links. Fin dall’inizio era chiaro che l’ipertesto del web non sarebbe stato limitato a soli dati statici, pura rappresentazione del contenuto di files memorizzati; lo strumento ipertesto si adattava naturalmente alla rappresentazione di “dati vivi”, estratti al momento dell’accesso da qualche sistema informativo e solamente formattati secondo le regole degli ipertesti. Anche il Web 2.0 era già stato concepito.

Non requirements. Tim esplicita e sottolinea quello che non era compreso nel perimetro della sua proposta. Forse una piccola nota a margine per il progetto del CERN, ma un importante imprinting per il futuro World Wide Web. Non si vuole aver nulla a che fare né con i copyright, né con gli aspetti di sicurezza. Per quanto sarebbe stato possibile gestire i problemi di autorizzazione e di accounting delle informazioni raggiungibili dal web, questi aspetti non furono trattati nel progetto iniziale, e saranno per sempre un ambito da analizzare a parte, rispetto alla semplicità del HTTP, il protocollo standard che sarebbe stato definito nel 1991.
Un peccato originale che ancora ci condiziona.

C’è una parola inglese che è intraducibile in italiano: serendipity.

Ecco, è grazie alla fortuna e incoscienza di persone come Tim Berners-Lee che, pezzo dopo pezzo, si è formata la Rete. Le premesse, dalle quali è nato tutto questo, erano sempre le stesse: libertà di innovare, libera circolazione delle idee, disponibilità degli strumenti e del tempo per progettare prototipi, immediata possibilità di trovare sperimentatori e utilizzatori entusiasti, possibilità di modificare, integrare, contaminare le applicazioni sviluppate da altri.

“Erano”. Possiamo ancora dire che è questo il mondo in cui nascono nuove idee?